Δεν ελπίζω τίποτα. Δε φοβούμαι τίποτα. Είμαι λεύτερος
Non spero nulla. Non temo nulla. Sono libero.
Recita l’epitaffio sulla pietra tombale di Nikos Kazantzakis, o forse era quella di Alexis Zorba. Chiunque conosce l’uno attraverso l’altro, sa bene che queste parole vanno bene per entrambi. E che l’uno, scrivendole per sé, le ha scritte anche per l’altro.
L’opera di Nikos Kazantzakis, cretese di nascita, e prima ancora Greco di spirito, è ancora oggi poco conosciuta in Italia. Rare le traduzioni dei suoi romanzi, (la maggior parte delle quali da lingue anch’esse di traduzione!), pochi gli studi sullo straordinario universo panico che le abita. In esse, la grecità, quella omerica, e quindi l’originaria umanità “classica”, culla di tutta la civiltà occidentale quale oggi la conosciamo, recupera la forza dirompente di un termine ab quo, di una genesi e di un crepuscolo degli dei, da cui diventa impossibile prescindere. Kazantzakis fu un EllhnaV e lo fu fino alla morte. Conosceva molte lingue europee, ma non scrisse mai in una lingua che non fosse la sua. La sua propria madre. Non perché fosse un “nazionalista”. La sua comprensione della sostanziale omogeneità delle radici del pensiero occidentale, e prima ancora umano, era profonda. La sua filosofia guardava a Nietzsche, la sua mistica a Buddha, la sua ascetica a San Francesco, la sua storia ad Alessandro il Grande.
Vita e opere di Alexis Zorba, in italiano titolato Zorba il Greco, è uno dei suoi capolavori più conosciuti, anche grazie alla trasposizione cinematografica che ne ha fatto, nel 1964, il regista cipriota Michael Cacoyannis, che ha portato l’opera di Kazantzakis all’attenzione del pubblico internazionale. La fortuna ha voluto che un caro amico fosse in possesso di una delle rare edizioni a stampa dell’opera apparse in Italia nella collana Oscar di Mondadori. L’edizione è datata 1989. Ma è il suo contenuto che la rende un pezzo d’arte senza pari.
Il romanzo racconta dell’incontro e del sodalizio tra Alexis Zorba, uomo, macedone, e un giovanotto greco di buona famiglia, un topo da biblioteca incapace di qualsiasi attività manuale, che acquista una miniera di lignite sulle coste cretesi, sperando, in tal modo, di potersi riconciliare con quella parte attiva dell’esistenza cui si è sempre sentito estraneo. Zorba diventa il suo capo cantiere e presto i due si dispongono, tra le righe del racconto, come i poli ben definiti di una incessante processo dialettico, tra le componenti razionale e irrazionale dell’esistenza, tra ragione e istinto, tra uomo e natura, tra staticità e ricerca, tra la rassegnata accettazione e la quotidiana meraviglia.
La personalità di Zorba, che incarna le istanze più “arcaiche” dell’individuo, (quasi un novello Adamo che assiste stupefatto e attonito al miracolo della vita generata e ne conserva il segreto originario), e poi le tradizioni dell’isola, con il suo enorme carico di esistenze spontanee, caricature di splendori passati, di immobilismi ciechi e di speranze perdute, diventano tracce di un percorso di formazione infinito e soltanto raramente compiuto. Almeno se per dirsi tale non deve contemplare rimorsi o rimpianti.
Non trovo pertanto azzardato affermare che, forse, nel dar vita a questo straordinario personaggio, Kazantzakis pensasse a quell’Übermensch di cui Nietzsche aveva così abilmente raccontato nel suo Zarathustra, ad un oltreuomo che fosse superamento e fine in se stesso, e che portasse, col suo esempio la buona novella della possibilità di una riconciliazione tra l’individuo e l’esistenza, con tutte le sue necessarie contraddizioni. Ma l’originalità del personaggio va ben oltre la sua statura profetica. Perché Zorba è, anzitutto, l’evocazione letteraria della nostra essenza.
Voto: 10+