Io lo ricordo da quando cantava “Ehi mamma guarda come mi diverto..” e già allora e molto prima, Lorenzo Cherubini, altrimenti conosciuto come Jovanotti, sprizzava energia da tutti i pori. Un’energia buona, positiva, che era sempre più un incoraggiamento ad allargare le braccia al mondo, piuttosto che a stenderle in aria in un gesto individuale. Il grande Boh, diario di un viaggio fatto di mille viaggi, che conduce a L’albero, album del 1997, è il racconto umile e divertito di un uomo che ha fatto dell’umiltà e del divertimento la nota predominante dei suoi ritmi sincretici. L’Africa e il SudAmerica, e poi Londra e Lisbona, senza dimenticare Rimini e Cortona, sono qui raccontati con brevi schizzi da flaneur, ma sempre avvalorati dalla prospettiva di un’interiorità laica eppure quasi francescana. Tra le pagine la musica nasce spontanea, ed ora sono stralci di Bella, ora visioni di quell’Ombelico del mondo che ci ha fatto ballare tutti, altre volte piccole preghiere sussurrate a fil di voce, dinanzi alla distesa infinita dell’universo, che diventeranno i versi evangelici di Questa è la mia casa. E sopra ogni cosa, la meraviglia del Grande Boh.

Voto: 8

Δεν ελπίζω τίποτα. Δε φοβούμαι τίποτα. Είμαι λεύτερος

Non spero nulla. Non temo nulla. Sono libero.

Recita l’epitaffio sulla pietra tombale di Nikos Kazantzakis, o forse era quella di Alexis Zorba.  Chiunque conosce l’uno attraverso l’altro, sa bene che queste parole vanno bene per entrambi. E che l’uno, scrivendole per sé,  le ha scritte anche per l’altro.

L’opera di Nikos Kazantzakis, cretese di nascita, e prima ancora Greco di spirito, è ancora oggi poco conosciuta in Italia. Rare le traduzioni dei suoi romanzi, (la maggior parte delle quali da lingue anch’esse di traduzione!), pochi gli studi sullo straordinario universo panico che le abita. In esse, la grecità, quella omerica, e quindi l’originaria umanità “classica”, culla di tutta la civiltà occidentale quale oggi la conosciamo, recupera la forza dirompente di un termine ab quo, di una genesi e di un crepuscolo degli dei, da cui diventa impossibile prescindere. Kazantzakis fu un EllhnaV e lo fu fino alla morte. Conosceva molte lingue europee, ma non scrisse mai in una lingua che non fosse la sua. La sua propria madre. Non perché fosse un “nazionalista”. La sua comprensione della sostanziale omogeneità delle radici del pensiero occidentale, e prima ancora umano, era profonda. La sua filosofia guardava a Nietzsche,  la sua mistica a Buddha, la sua ascetica a San Francesco, la sua storia ad Alessandro il Grande.

Vita e opere di Alexis Zorba,  in italiano titolato Zorba il Greco, è uno dei suoi capolavori più conosciuti, anche grazie alla trasposizione cinematografica che ne ha fatto, nel 1964, il regista cipriota Michael Cacoyannis, che ha portato l’opera di Kazantzakis all’attenzione del pubblico internazionale.  La fortuna ha voluto che un caro amico fosse in possesso di una delle rare edizioni a stampa dell’opera apparse in Italia nella collana Oscar di Mondadori. L’edizione è datata 1989. Ma è il suo contenuto che la rende un pezzo d’arte senza pari.

Il romanzo racconta dell’incontro e del sodalizio tra Alexis Zorba, uomo, macedone, e un giovanotto greco di buona famiglia, un topo da biblioteca incapace di qualsiasi attività manuale, che acquista una miniera di lignite sulle coste cretesi,  sperando, in tal modo, di potersi riconciliare con quella parte attiva dell’esistenza cui si è sempre sentito estraneo. Zorba diventa il suo capo cantiere e presto i due si dispongono, tra le righe del racconto, come i poli ben definiti di una incessante processo dialettico, tra le componenti razionale e irrazionale dell’esistenza, tra ragione e istinto, tra uomo e natura, tra staticità e ricerca, tra la rassegnata accettazione e la quotidiana meraviglia.

La personalità di Zorba, che incarna le istanze più “arcaiche” dell’individuo, (quasi un novello Adamo che assiste stupefatto e attonito al miracolo della vita generata e ne conserva il segreto originario),  e poi le tradizioni dell’isola, con il suo enorme carico di esistenze spontanee, caricature di splendori passati, di immobilismi ciechi e di speranze perdute,  diventano tracce di un percorso di formazione infinito e soltanto raramente compiuto. Almeno se per dirsi tale non deve contemplare rimorsi o rimpianti.

Non trovo pertanto azzardato affermare che, forse, nel dar vita a questo straordinario personaggio, Kazantzakis pensasse a quell’Übermensch di cui Nietzsche aveva così abilmente raccontato nel suo Zarathustra, ad un oltreuomo che fosse superamento e fine in se stesso, e che portasse, col suo esempio la buona novella della possibilità di una riconciliazione tra l’individuo e l’esistenza, con tutte le sue necessarie contraddizioni. Ma l’originalità del personaggio va ben oltre la sua statura profetica. Perché Zorba è, anzitutto, l’evocazione letteraria della nostra essenza.

Voto: 10+

Chi lo ha conosciuto non sa trattenere una risata quando si parla di lui. E anche chi non lo conobbe in altro modo che per il tramite della sua “maschera nuda”, quella che madre natura gli aveva incollato sul volto, sa che il modo migliore per onorarlo è una grassa risata malinconica. Come la sua. Un certo pensiero comune vuole che i “comici” di professione debbano essere così, un pò tristi in realtà, poichè sarebbe dall’esorcismo di quella tristezza che sola può scaturire l’ironia della risata dissacrante, che prende in giro se stessa e tutto ciò su cui aleggia. E forse Massimo non fuggiva la regola. Eppure era un’eccezione. Lo era nel panorama napoletano dei “nuovi comici” degli anni 80, in cui affondano le radici le sue prime prove teatrali (con il gruppo da lui fondato I Saraceni, poi La Smorfia) ereditando con grande dignità e merito la pesante tradizione di Totò e De Filippo; lo è stato come attore, sceneggiatore e regista cinematografico, firmando film straordinari come il suo primo Ricomincio da tre, o ancora Scusate il ritardo e Non ci resta che piangere, Le vie del Signore sono finite e Pensavo fosse amore invece era un calesse. Una comicità “made in sud”, che, come il proverbiale “humor britannico”, trae la sua peculiare linfa da uno statuto di appartenenza ( a Napoli, alla sua tradizione, alle sue contraddizioni) e dalla ribellione allo stesso. Come “cabarettista” napoletano, (di San Giorgio a Cremano), Troisi doveva essere un “popolano”. La sua mimica facciale, la scelta di parlare in dialetto, in un modo spesso balbettante e imbranato, erano tutti elementi di un DNA pubblico che trovava ampie e volute corrispondenze nella sua privata mappa emozionale. E chissà ancora quante meraviglie avremmo visto.

Vedi alla voce: Grossman e vi troverai una scrittura nitida, leggera, che vola libera sugli spazi infiniti della storia, che racconta verità abbastanza note eppure sconosciute e invisibili ai più. La Shoa, la questione palestinese, la sottile linea rossa che divide amore e sofferenza, la dipendenza dalla droga e la malattia interiore, dell’adolescente, del giovane uomo, dell’essere umano. Grossman è uno scrittore prolifico ma mai scontato. Qualcuno con cui correre è il suo settimo romanzo. Racconta la storia di Tamar, e di Dinka, e di Assaf e di Shay. Tre ragazzi e un cane. Dinkush e Tamar. Quattro zampe, una voce libera, “fuori dal coro”, e nello zaino, l’amore incondizionato e puro, viscerale, di una sorella per un fratello perduto. Assaf e Dinka, quattro zampe e qualcuno con cui correre. E poi qualcuno per cui val la pena correre. Correre per le viuzze di Gerusalemme, correre correndo dei rischi, correre verso una storia di ricerca e di salvazione, per salvare lei e, infondo, per scoprire e salvare se stesso. E salvandosi e salvando Tamar, salvare Shay. Shay ha vent’anni. E una dipendenza. Una chitarra e l’inferno che gli scorre nelle vene. Un inferno che si chiama Eroina e che non ammette vie di fuga scontate. “Non fermarti, non fermarti. Ci siamo quasi. Ancora un pò, solo qualche metro…” Qualche metro e potrò rivedere come sei, quando apri le ali

Gli stormi volano in grossi gruppi. A volte, d’improvviso e a rischio della vita, qualcuno si allontana, per sondare profondità e spazi diversi, mai esplorati. E ritornare al mondo conosciuto con occhi nuovi. Qualcuno con cui correre è  un romanzo corale, polifonico, i quattro protagonisti si muovono in una lingua di terra geograficamente determinata, tra altri volti, Teodora, Leah, Pessah, altrettanto definiti, dipinti netti di personalità che partecipano del miracolo dell’esistenza che si rinnova. E poi, come fosse un film, una splendida colonna sonora.

Voto:9

La prima cosa che colpisce, leggendo la biografia di Christopher Isherwood, e pensando al romanzo A single man (trad. it. Un uomo solo, di Dario Villa, Adelphi edizioni) è l’intenso legame che lo unì al poeta W.H.Auden. Non si può fare a meno di notarlo perchè, come per George e Jim, quello tra Isherwood e Auden fu un legame speciale, un legame che, al tempo del suo fiorire, negli ’30,e nei luoghi del suo fiorire, il nordovest dell’Inghilterra, rappresentava ancora un’anomalia troppo grande, una piccola bomba a tempo, celata sotto le coltri del perbenismo imperante, pronta ad esplodere in qualsiasi momento.  Così presto, i due, amici e amanti, si trasferirono nella capitale tedesca, attratti dalla sua reputazione di libertà sessuale. Ancora oggi, ipocrita negarlo, l’omosessualità imbarazza. Forse non spaventa più, ma continua a creare dissenso. Il fatto stesso che se ne parli come di un “problema” da risolvere lo dimostra. Pertanto la suddetta “querelle” non sarà oggetto di queste righe.

“Il risveglio comincia con due parole, sono e ora. Poi ciò che si è svegliato resta disteso un momento a fissare il soffitto, e se stesso, fino a riconoscere Io, e a dedurne Io sono ora“.

Io, George, sono. Ora. Insegno al San Tomas State di Los Angeles e per i miei vicini sono solo un frocio da tenersi buono.

Dalla morte del suo compagno Jim, George vive solo, nel loro appartamento in Camphor Tree Lane, lontano dai rumori e dalla fretta della città, ma abbastanza dentro le cose per sentirsene escluso. George ha una sola amica, Charlotte, Charley,  quarant’anni, divorziata, con un figlio che la ignora e una passione vivace per il melodrammatico, acuita dalle intense frequentazioni con il vodka tonic.

Il racconto della cena che i due consumano insieme è l’emersione dalle acque dell’indolenza e del dolore. Il primo tassello del puzzle. Lo scotch e il rinnovato contatto umano che George sperimenta con Kenny, uno dei suoi alunni più svegli, è la reimmersione nell’oceano della vita. L’epilogo è la riconciliazione con essa, tramite la morte.

“Vorrei trasformare il mio occhio di romanziere nell’obiettivo di una macchina fotografica”. Scriveva così, nella prefazione di Addio a Berlino. Doveva riuscirci nel suo ultimo romanzo. Insieme la sua più bella fotografia e il suo testamento.

Voto: 7

Nell’aprile 1992 Christopher Johnson McCandless raggiunse l’Alaska in autostop e si addentrò nel territorio selvaggio a nord del monte McKinley. Quattro mesi più tardi un gruppo di cacciatori d’alci rinvenne il suo corpo ormai in decomposizione. “Nelle terre estreme”, il libro documentario di Jon Krakauer, racconta l’avventura del giovane ventiquattrenne. Cercando di ricostruire, attraverso le pagine del diario e gli incontri che costellarono il suo percorso, la storia privata e quella pubblica del ragazzo di Washington, Krakauer restituisce la voce ad una delle figure “romantiche” più amate e odiate del XX secolo. L’epopea di McCandless, in arte Alexander Supertramp, è stata troppo spesso etichettata come l’impresa ridicola di un adolescente arrogante, disturbato ora da un latente complesso edipico, ora da  una forma patologica di inadattabilità alla vita sociale. Eppure anche coloro che ne hanno aspramente criticato le scelte, non sono riusciti ad evitare, sfiorando, dalle distanze siderali del giudizio, la sua storia, di pronunciare la parola “libertà”. Dalla sua breve e fantastica avventura , oltre che dalla scrupolosa indagine di Krakauer, Sean Penn, attore e regista di indubbio talento, ha tratto e realizzato, nel 2007, una illuminante trasposizione cinematografica conosciuta col titolo “Into the wild“. Le immagini certo, hanno presa diretta sull’immaginazione. Così è stato fin troppo facile raccogliere i sorrisi di Chris, il suo innegabile anticonformismo, la sua sete di verità. E figurarselo nella mente come un eroe delle nuove generazioni dei disastrosi ’90, americani e non, delle piccole schiere di “fuori luogo”, che troppo spesso cadono nella trappola degli scarti ideologici di un certo sinistrorso comunismo alla Che Guevara. Stupirà pertanto sapere che Chrstopher Johnson McCandless era in realtà un sostenitore di Ronald Reagan, che scimmiottava contro le posizioni “liberal”, e che, sostanzialmente, considerava politica e affini, come un costoso gioco per bambini viziati al potere. Le sue convinzioni rifuggivano le facili lusinghe della “partecipazione collettiva” alla vita sociale. Eppure non era un emarginato. Era un solitario, un introverso, ma anche una persona brillante, capace di far baldoria e tenere banco per ore. Apparentemente contraddittorio, in realtà McCandless concentrava in sé la schizofrenia di un secolo balbuziente e non era né un “diverso”, né un “disadattato”. Aveva un sogno vago. Più un imperativo morale che uno scopo. La chiamava verità, o natura, o bellezza, la chiamava Alaska. L’Alaska. Nessun territorio è forse più ostile all’insediamento umano. Nell’interno la temperatura minima può scendere fino a -62,2°, mentre le massime si attestano a non più di -38°. I numerosi corsi d’acqua che l’attraversano sono liberi dal ghiaccio soltanto 4 mesi l’anno, quando, tuttavia, si trasformano in torrenti impetuosi che rendono estremamente difficile, se non impossibile, il guado. E’ l’ultima frontiera della vita. E non è incauto ricordare che, nell’immaginario americano, quello che a posteriori è stato definito come il mito della frontiera, ha sempre occupato un ruolo centrale in tutte le declinazioni storico-sociali che hanno investito il Nuovo Mondo. Ma le frontiere sfidate da McCandless volevano essere ben più ardue e profonde di un possesso territoriale. La Natura, madre benevola e terrificante, l’unica cui Chris riconoscesse un diritto di creazione, era l’estremo confine dello spirito dell’uomo. Animale tra gli animali. Cosa tra le cose generate. Chimica in movimento. Aggregato di cellule semplici in organismi complicati dalla società. Era così bello ridursi all’essenziale. Ritrovarsi nella semplice storia infinita della ciclicità senza passato, presente, futuro. Fuori dal progresso del gambero. Fuori da una qualsiasi presunta evoluzione. McCandless era questo, forse. Un’esistenza e basta, che non poteva accettare di essere ingabbiata in una qualsiasi definizione che pretendesse di richiamarsi ad altro che alla vita biologica, quasi si sentisse più affine ad una pianta, a un fiore, che alla sua realtà anagrafica. Chiunque si avvicini alla sua storia non può evitare di congetturarne, di criticarlo o glorificarlo, di invidiarlo e perchè no, sognare di emularlo. Perchè anche la sua fine, mi sembra sia stata infinitamente più degna di molti altri inizi. Decisamente da Leggere.

Voto: 10+

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